Intervista a Tiziana Gabriele, coordinatrice Servizio ADI

Intervista a Tiziana Gabriele, coordinatrice Servizio ADI

Tiziana è un’infermiera che si occupa di assistenza domiciliare e nello specifico è la coordinatrice del servizio di Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) per la nostra Cooperativa L’Arcobaleno, servizio questo che prevede interventi e prestazioni sanitarie infermieristiche e riabilitative a domicilio.

Tiziana, come si accede e come si svolge il servizio ADI?

Il cittadino può accedere al servizio tramite l’attivazione da parte del proprio medico di medicina generale, che rimane il diretto responsabile dell’assistenza erogata e della salute dell’utente preso in carico. Con la prescrizione medica il cittadino, che si occupa poi dell’utente fragile, può fare richiesta del servizio tramite l’ufficio “Struttura disabilità e non autosufficienza” dell’Asst di Lecco e successivamente può essere attivato l’intervento.

Quali sono gli interventi principali che attivate?

Gli interventi erogati sono di una doppia natura: una più prestazionale, ovvero attività dirette che nascono e si concludono con una prestazione. Per essere più chiari: prelievi, gestione ausili e presidi (es. cateteri vescicali, gestione di infusioni, terapie…), quindi interventi che non presuppongono una presa in carico a 360° e che non hanno un obiettivo di miglioramento o di guarigione.

Poi esiste un altro tipo di intervento di un livello superiore (la maggioranza e la vera natura dei servizi dell’ADI), che invece presuppone una presa in carico a 360°, dove l’utente viene assistito sotto diversi punti di vista: viene fatta un’analisi totale dei bisogni, ci si pone delle finalità e, tramite una pianificazione di azioni, si arriva all’obiettivo prefissato (guarigione o miglioramento delle condizioni di salute e non solo).

Oltre alla figura dell’infermiere, vi sono altre professionalità nel servizio ADI?

Ce ne sono diverse, una serie di figure sanitarie e non solo. Concretamente le figure direttamente coinvolte sono l’infermiera e la terapista della riabilitazione (fisioterapista); viene poi coinvolto il medico geriatra, che si occupa degli interventi valutativi (non gestisce direttamente la presa in carico, in quanto il nostro interlocutore principale rimane sempre il medico curante). Sono previste inoltre anche delle figure di supporto, che nella realtà però non vengono quasi mai chiamate in causa nei piani di cura previsti.

È cambiato qualcosa nel vostro servizio durante il periodo di emergenza Covid-19?

Decisamente si, è cambiato tanto e in modo repentino. Ci siamo dovute adeguare ad una presa in carico diversa, dove sicuramente il cambiamento principale è stato il dover mettere in atto una serie di misure di sicurezza importanti: ci siamo dovute ricreare degli spazi, attrezzare con dispositivi di protezione di un certo livello (con tutta la fatica del primo momento per riuscire a reperirli) e ci siamo date delle linee guida e dei protocolli interni totalmente nuovi e articolati. Avevamo già comunque una buona impostazione rispetto all’approccio al paziente con problematiche infettive, perché tutti i nostri utenti devono essere trattati a prescindere come potenzialmente infetti (e non parlo solo di Covid). Quindi avevamo già un approccio e delle linee che ci indirizzavano, siamo partite da una buona base, che abbiamo seguito e che abbiamo dovuto implementare in maniera importante.

Tiziana, vuoi condividere con noi alcune emozioni, pensieri, momenti emotivamente importanti vissuti in questo periodo e legati alla tua professione?

Le emozioni sono state tante e diverse: all’inizio c’era molta adrenalina, dovuta a un forte senso del dovere e del doverci essere come professione e al non volere abbandonare in nessun modo il campo, rischiando anche personalmente. C’è stata anche la paura a un certo punto, che però, per quanto mi riguarda, è sempre stata tenuta a bada rispetto alla necessità di volere e dovere dare un contributo importante.

Parallelamente c’è stato il lato della gestione dello stress del personale: da coordinatrice ho dovuto gestire con non poche fatiche personale spaventato, affaticato, a volte arrabbiato, quindi diverse emozioni.

C’è stato poi anche un forte coinvolgimento con i pazienti colpiti da Covid e con tutto il loro nucleo familiare. Rispetto agli utenti, la frase che ricordo di più è stata quella della figlia di una mia paziente, identificata da subito come potenzialmente positiva (all’inizio i tamponi venivano fatti solo in casi più estremi), che si è completamente affidata a me, non essendoci all’inizio un solido supporto all’interno di una famiglia colpita e la possibilità di affidarsi in modo concreto anche solo per esempio ai servizi sociali. Noi siamo rimaste infatti le uniche figure presenti per loro fisicamente, il centro intorno  a cui ruotavano una serie di cose, non più solo infermieristiche e direttamente collegate alla gestione e alla presa in carico della malattia. A un certo punto la telefonata appunto: “Tiziana, lei in questo momento mi sa dare una grande mano e una persona che sa aiutare come lei è una persona che è piena di amore”… è stata una frase che mi ha molto commosso, veniva dal cuore ed era vera. La frase che mi porto nel cuore.

Qual è il futuro secondo te della vostra professione e del vostro servizio?

Posso dire da infermiera che questo periodo, per quanto faticoso, ha portato anche  elementi positivi: finalmente nell’immaginario collettivo è cambiato sicuramente qualcosa nei confronti della figura infermieristica, che nella pre-emergenza spesso veniva considerata dai non sanitari, e quindi dalla collettività, semplicemente come una figura di supporto del medico, che si occupava di interventi solo prestazionali. Ora invece è stat a ricoperta di importanza e di professionalità, perchè di ciò di tratta: noi svolgiamo una professione, abbiamo un percorso di studi universitari importante e abbiamo delle competenze che sono solo nostre, siamo dei professionisti con un loro campo di azione, che comunque è ben distinto da quello del medico (con cui lavoriamo a stretto contatto). Sicuramente questo periodo ha portato alla luce ciò, anche agli occhi di chi deve gestire il sistema sanitario. Credo che l’infermiere, in particolare l’infermiere che gestisce il territorio, sarà chiamato a lavorare finalmente in modo più strutturato, più importante, più integrato.

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