Intervista a Simona De Gasperi, infermiera di comunità per il progetto “Integr-aree”

Intervista a Simona De Gasperi, infermiera di comunità per il progetto “Integr-aree”

Simona ricopre il ruolo di infermiera professionale dal 1994 e attualmente si occupa di assistenza domiciliare per la nostra Cooperativa L’Arcobaleno. In particolare è parte attiva nel progetto “Integr-aree – Infermiera di Comunità”.

Simona, a chi si rivolge l’infermiera di comunità e quali sono le sue mansioni?

L’infermiera di comunità è una professionista competente nella promozione della salute, nella prevenzione e nella gestione di tutti i processi di salute individuali e della comunità. Prende in carico, dal punto di vista infermieristico, la persona nel suo ambito familiare, ma anche nell’ambito di vita. La sua azione è orientata nello sviluppo delle capacità personali dell’individuo e nel potenziare anche le risorse del territorio e della comunità. Si rivolge essenzialmente alle persone fragili: disabili, anziani, persone sole; lavora in stretta collaborazione con tutte le figure professionali nell’ambito sanitario e sociale: il medico di medicina generale in primis (in quanto gestisce il piano di cura della persona), ma anche in stretta collaborazione con assistenti sociali, con le figure sociali presenti sul territorio e con volontari, sempre nell’ottica di favorire l’integrazione delle varie figure presenti sul territorio.

L’attivazione dell’infermiera di comunità avviene su segnalazione del medico di medicina generale o dell’assistente sociale; in seguito l’infermiera si reca a domicilio, dove conosce la persona che necessita dell’intervento. L’intervento si concretizza in un monitoraggio dello stato di salute a domicilio, attraverso la rilevazione dei parametri vitali e viene osservato l’ambiente domiciliare anche da un punto di vista sociale.

Svolgo attività di educazione alla salute, promuovendo anche la prevenzione, oriento le persone a come accedere ai vari servizi sanitari e sociali sul territorio, sostengo la persona fragile/l’anziano nella malattia, rendendolo consapevole e partecipe della tutela della propria salute e svolgo un’attività di monitoraggio, anche sull’assunzione della terapia.

In questo periodo di emergenza pandemica, come è intervenuta l’infermiera di comunità?

In questo periodo ovviamente gli accessi a domicilio non sono stati possibili. Abbiamo  quindi individuato tutte quelle persone che avevamo in cura e che sapevamo avere problemi di solitudine e abbiamo deciso di seguirle telefonicamente, sottoponendole a un vero e proprio “triage”: valutazione per conoscere l’eventuale insorgenza di sintomi riconducibili al Covid, ma soprattutto sostegno e vicinanza, condividendo insieme le loro paure per il periodo, le loro incertezze. Questo ha permesso soprattutto di evidenziare alcune difficoltà che subito i nostri assistiti hanno dovuto affrontare, in particolare la difficoltà nel poter contattare subito il medico (le linee telefoniche purtroppo inizialmente erano intasate) o la difficoltà di avere farmaci a domicilio. Ciò che più è stato evidente tra gli utenti è stato la paura della solitudine e il fatto di poter ricevere una telefonata, anche solo a cadenza settimanale, da parte di qualcuno in grado di rassicurare, disposto anche solo ad ascoltare i loro piccoli problemi di gestione quotidiana, ha rappresentato per loro un  vero sollievo.

Rispetto alle emozioni delle persone che segui, puoi raccontarci qualche episodio che ti ha colpito particolarmente?

Sicuramente la frase “Che bello sentirti, mi fa piacere… Aspetto con ansia la tua telefonata del giovedì mattina” è sicuramente gratificante. Sai di poter dare qualcosa anche solo telefonicamente, a volte bastano poche parole di conforto e di vicinanza. E questo è stato forse uno degli aspetti più piacevoli e gratificanti.

Per concludere: dal tuo osservatorio, che è molto attivo, seppur sperimentale, quale futuro prevedi per questa figura professionale?

Sicuramente “Integr-aree – Infermiera di comunità” non è già più un progetto sperimentale, ma è ormai una realtà concreta: il bisogno degli utenti è ben evidente e finalmente l’infermiera esce da quello che è il suo ruolo esclusivamente prestazionale, diventa proattiva, riesce a rilevare le necessità e ad anticiparle. Questo secondo me è proprio il futuro dell’infermiera, un’infermiera che lavorerà sempre di più a domicilio; sulla Valsassina ha avuto un riscontro positivo, il PreSST è stato l’ambiente anche favorevole per la presenza di figure mediche, infermieristiche, assistenti sociali, che credono proprio nell’intervento domiciliare dell’infermiera di comunità e quindi questo rappresenta sicuramente un futuro favorevole per questa figura.

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